Cara Rimini, 1996

«Cara Rimini» [1996]
...una lettera per descrivere la città, o da scrivere a lei

 

 

Nelle mie private intenzioni, quest'articolo vuole essere una lettera per descrivere la nostra città, o da scrivere a lei (ad essa, per i puristi). Dovrebbe servire a spiegare concretamente una proposta che ho fatto in fretta al direttore del nostro giornale: affidare alla penna di alcune persone, che vivono ed operano tra noi, il compito di svolgere lo stesso tema di queste righe.
Il direttore ha già capìto di che cosa si tratti, ma adesso devo comprenderlo io. «Confidando nella pubblicazione della presente», siccome non sono un teorico mi faccio un esempio a mio uso e consumo: credo che avesse ragione «don Benedetto» (Croce) quando scriveva che uno non può dire di avere in testa un bel quadro, bisogna che lo dipinga.
Lo so. Le parole di Croce sono più intelligenti ed eleganti delle mie. Dato che (come derideva Palazzeschi), «ci sono professori, oggidì, a tutte le porte», per chi legge armato di matita rossoblù mi corre l'obbligo di fornire giusta etiamque legittima citazione. Allora, vedasi B. Croce, Aesthetica in nuce, Laterza, III ed. (1954), pag. 21, al capitolo intitolato «Intuizione ed espressione»: «Un'immagine non espressa, che non sia parola […] parola per lo meno mormorata tra sé e sé […] è cosa inesistente».
Proviamo a mormorare qualche parola, entrando direttamente nel tema. Cominciamo da una pagina pubblicitaria che ho sotto gli occhi, dai settimanali di giugno, dove si legge: «Rimini. Undici parole al sole». Segue l'elenco. «Mitica. Vicina. Solare. Complice. Soave. Dinamica. Notturna. Aperta. Nobile. Intelligente. Instancabile». Per la verità, stando al buon senso le «parole al sole» dovrebbero essere soltanto dieci. Come fa ad essere al sole anche la Rimini «notturna»? E poi, ma non per pignoleria, la Rimini «solare» che sta «al sole» non è un'inutile ripetizione?
Questa pubblicità ci obbliga a riprendere almeno uno di quegli undici aggettivi, o al contrario ci autorizza a scartarli, non citandoli per non apparire privi di fantasia?
La Rimini «nobile» qual è? E che cos'è? È l'eleganza dei suoi monumenti, sono le geometrie del pensiero umanistico che traducono nelle linee armoniose del tempio di Sigismondo un sogno di perfezione che alimentò le utopie dei filosofi del Quattrocento italiano? È la luce che il tempo aveva offuscato, e che i restauri hanno restituito al suo originale splendore, il quale commuove il visitatore odierno, obbligandolo a riflettere che quella tonalità cromatica, che la patina dei secoli aveva deturpato e cancellato, è la stessa che videro i Malatesti, l'Alberti, gli uomini e le donne della sua corte?
Ma per contrasto, la Rimini «nobile» potrebbe anche essere quella decaduta, abbandonata ed avvilita dell'anfiteatro, l'illustre e sconosciuto monumento romano che potrebbe diventare simbolo delle incurie pubbliche, avendo in buona compagnia sia il palazzo Lettimi (ancora lì con le sue macerie della guerra), sia il teatro che non c'è, che rassomiglia agli scenari di cartapesta dove i fotografi di inizio secolo facevano infilare la testa di una persona, per ritrarla con un vestito o su di uno scenario dipinto. Del teatro c'è la facciata, ci sono due sale, ma non c'è l'anima stessa da cui discende la parola. Non c'è un palcoscenico, non c'è una platea. E continuano a chiamarlo teatro.
La Rimini «nobile» è quella dei ricordi del Kursaal distrutto non dalle bombe ma dagli uomini, come pure la chiesa di Sant'Antonio sul porto canale, all'inizio della ricostruzione post-bellica?
Dal punto di vista sociale, Rimini è più «nuova borghesia» che «vecchia nobiltà» (l'osservazione è pertinente, o vado fuori tema?). Non ho scritto «vecchia borghesia» di proposito: questa aveva certi galatei che adesso non usano più. Rimini è la città dalle mille vetrine di lusso, una delle più ricche d'Italia, dove i consumi sono altissimi, dove l'ostentazione è un mito sociale che affascina e coinvolge senza più distinzioni ideologiche, e purtroppo senza moralità alcuna.
«Instancabile», Rimini produce altissimi redditi per un numero sempre più limitato di persone. Ma impone modelli di comportamento, rispetto al quale non tutti riescono a tenere il passo. Mi si potrebbe obiettare che tutta l'Italia è così. Non ci credo. Basta informarsi un poco, leggere, guardare certe immagini televisive (sui giornali sono scomparsi i reportage fotografici: va di moda mettere a fianco di un articolo la scena di un film). Non tutti possono scialare, vivere lussuosamente.
Rimini fa moda fuori di Rimini. Chissà perché, quello che avviene qui fa tendenza. E non sempre con le cose migliori. Quei ragazzi meridionali che ogni mese salgono dal Sud per un fine settimana, da vivere ballando o sballando, spendono, lo dicono loro, sulle 400 mila lire per volta. Questo tipo di vita che finisce per essere assorbito anche dal proletariato urbano (mi scuso per l'uso di queste vecchie categorie socio-economiche che suonano antiquate nel marmellatume corrente), è più «mitico» che «intelligente». Ma a cosa servono i miti?
Rileggevo alcuni giorni fa un articolo di Giorgio Tonelli, apparso dieci anni fa sul Ponte a proposito del libro di Federico Fellini intitolato La mia Rimini. Tonelli riassumeva, con la maestrìa abituale, il senso delle pagine felliniane: la sua Rimini era tutta romana, tutta inventata, tutta di sogni (e di cartapesta nella realizzazione filmica).
Dove sta il «mito»? È quella visione poetica, illusoria (o allucinante) del passaggio del Rex che, testimone la generazione di Fellini, a Rimini non è mai passato? Il mito è, oggi, lo slogan pubblicitario che «qui non è mai tardi»? Ma dietro questa facciata da esportazione, dietro la pubblicità, qual è il vero volto della città? È quello della vita estiva? Ma la nostra economia non è solo turismo. È quella del corpo esibito sulla spiaggia nella sua snellezza abbronzata, o anche il passo incerto di tanti anziani, di tanti giovani a cui la vita ha riservato un diverso destino?
Parlando dell'«anima Rai», un suo vecchio dirigente, Pierluigi Celli, l'ha definita «variopinta. Un circo. E non lo dico con disprezzo. Io sono di Rimini e ho un gran rispetto per il circo, in senso felliniano. Un luogo fatto di decadenza e lustrini». E se anche Rimini fosse un po' circo, nel senso felliniano di «decadenza e lustrini»?
Noi ci barcameniamo, a livello anche politico, nel pensare una città che d'estate lavora e d'inverno deve stare in letargo, per cui ai problemi (grandi o piccoli) non si può pensare d'estate, e d'inverno è meglio lasciar perdere.
Esagero? Un esempio, per non farla lunga. Al traffico sono stati dedicati sondaggi, rilevamenti, progetti, indagini, inchieste. Ma l'anello intermedio tra vecchia e nuova circonvallazione, con il previsto (fine anni Sessanta!) ponte sul Marecchia non si è completato, e la circolazione è strozzata. E così il gemello (o in alternativa il tunnel) al ponte di Tiberio è rimasto una pia intenzione.
Abbiamo quei parcheggi sotterranei, promessi, garantiti sulla carta, previsti dall'oggi al domani? In compenso, tassiamo anche la sosta al mare. Le amministrazioni comunali hanno fame di soldi. Governare i Comuni costa. Lapalissiano. Ma è possibile che si debbano introdurre nuovi balzelli tipo «gratta e sosta»? Può ancora definirsi «aperta» questa città che accoglie il turista, allungando la mano, richiedendo una forma nuova e legalizzata di elemosina (per non parlare delle multe vigilesche)? Una città simile è ancora «intelligente»?
Cara Rimini (a differenza dei tuoi amministratori, vecchie conoscenze personali, che dopo aver io scritto qui sopra certi articoli di critica verso di loro, quando m'incontrano fingono di non vedermi per non aver il piacere di salutarmi), non te la prendere per la mia sincerità. «Amor mi mosse, che mi fa parlare».
Post-scriptum. «Ma c'è chi non capisce/ e preferisce il mondo/ così com'è: immerso in un pattume» (E. Montale).
Antonio Montanari
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