Demos Bonini

Demos Bonini, un ricordo del 1991
in occasione della mostra del 2015.


Il pittore Demos Bonini si è spento il 20 agosto 1991, a 76 anni. È un altro pezzo di una certa Rimini che scompare, a pochi giorni dal decesso di Glauco Cosmi (attento tessitore di trame culturali che spaziavano dal giornalismo alla musica), e nello stesso anno in cui ci ha lasciati Curzio Quondamatteo, uomo così semplice e genuino da ricercare in ogni attimo uno spazio per la riflessione sui valori che si vedono tramontare, in questa città divenuta alienante e quasi invivibile.
Bonini debutta in coppia con Federico Fellini, nel 1937, aprendo in via IV Novembre una bottega della caricatura. Ad Urbino, intanto, frequenta l'Istituto di Belle Arti. Poi la guerra. Nei giorni della "repubblichina", sul finire del '43, il ras fascista Paolo Tacchi lo arresta assieme ad altre otto persone, e lo consegna ai tedeschi. Liberato, Bonini si dà alla macchia: "Erano tempi difficili in cui anche gli amici e i compagni ti venivano a mancare", racconterà a Ghigi.
"Ho fatto la guerra di Liberazione, ma non figuro tra i partigiani, e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione", mi raccontò per "Il Ponte" (8.2.1987).
Nel 1950, c'è l'incontro con Guttuso, giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. "Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e, mi ha suggerito di tenere una mostra a Roma", mi disse. A Roma, Bonini fa "un pò da segretario" a Guttuso: "Non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto". Demos si considera l'allievo che vuole imparare la lezione dal maestro: "Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago". Poi, il ritorno a Rimini ("Mi è sempre piaciuta per viverci, qui potevo lavorare"), e l'adesione a "Realismo", "una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose", spiegava: "Una pittura per farsi capire da tutti".
Bonini, ad un certo punto, sembra trovare una sua sigla specifica nelle "giacche", così come Morandi l'aveva scoperta nelle "bottiglie". Ma dietro questi oggetti, non c'è soltanto l'intento di riprodurre cose, le cosiddette "nature morte". Anche la sua pittura, è la ricerca di un significato nei simboli, di quello che Montale ha chiamato il "segreto" celato dietro "l'inganno consueto" delle nude immagini quotidiane.
Ai paesaggi, negli ultimi anni, aveva affiancato altre opere che denunciavano il degrado della nostra vita. La polemica contro la rumorosa civiltà contemporanea, l'ha espressa nella "Grande piramide" di moto ammucchiate, a metà strada fra una montagna dei rifiuti e l'idolo sacro a tanti giovani. In un freddo, lunare grattacielo con i cento ritratti di politici ("Tutti prigionieri nello stesso condominio"), c'è l'allegoria dei misteri e delle corruzioni italiane. Infine, nella bizzarra "Calata dei giustizieri", ha dipinto tanti strumenti per purificare gli intestini (o le coscienze?), dagli intrallazzi e dalle stupidità collettive del mondo contemporaneo.
Apprezzato e conosciuto in tutt'Italia, Bonini aveva un suo modo di raccontarsi, ironico e pungente, ma sempre sincero. A Rimini ha anche insegnato, lasciando nei suoi allievi un ricordo affettuoso. La città lo ha visto come un protagonista, sempre discreto, ma pronto anche alla provocazione intellettuale. Non gli piacquero le statue astratte, esposte per qualche anno in Piazza Cavour: lo aveva detto con una satira affissa ad una finestra del suo studio, che si affacciava sul retro del Palazzo dell'Arengo. Qualcuno se la legò al dito.
Quando il Comune, per volontà del sindaco Conti, nel 1985 rese omaggio ai suoi 50 anni di attività con una mostra antologica, ci fu chi, al suo sarcasmo dettato da ragioni estetiche e civili, rispose con un attacco ingeneroso, pieno di quel livore che la vita provinciale sa far lievitare lentamente, con ridicole gelosie infantili. "Non volevano la mostra", mi raccontò sorridendo, "perché dicono che si rende omaggio soltanto ai morti. Mi dispiace che non li ho potuti accontentare".Il pittore Demos Bonini si è spento il 20 agosto 1991, a 76 anni. È un altro pezzo di una certa Rimini che scompare, a pochi giorni dal decesso di Glauco Cosmi (attento tessitore di trame culturali che spaziavano dal giornalismo alla musica), e nello stesso anno in cui ci ha lasciati Curzio Quondamatteo, uomo così semplice e genuino da ricercare in ogni attimo uno spazio per la riflessione sui valori che si vedono tramontare, in questa città divenuta alienante e quasi invivibile.
Bonini debutta in coppia con Federico Fellini, nel 1937, aprendo in via IV Novembre una bottega della caricatura. Ad Urbino, intanto, frequenta l'Istituto di Belle Arti. Poi la guerra. Nei giorni della "repubblichina", sul finire del '43, il ras fascista Paolo Tacchi lo arresta assieme ad altre otto persone, e lo consegna ai tedeschi. Liberato, Bonini si dà alla macchia: "Erano tempi difficili in cui anche gli amici e i compagni ti venivano a mancare", racconterà a Ghigi.
"Ho fatto la guerra di Liberazione, ma non figuro tra i partigiani, e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione", mi raccontò per "Il Ponte" (8.2.1987).
Nel 1950, c'è l'incontro con Guttuso, giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. "Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e, mi ha suggerito di tenere una mostra a Roma", mi disse. A Roma, Bonini fa "un pò da segretario" a Guttuso: "Non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto". Demos si considera l'allievo che vuole imparare la lezione dal maestro: "Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago". Poi, il ritorno a Rimini ("Mi è sempre piaciuta per viverci, qui potevo lavorare"), e l'adesione a "Realismo", "una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose", spiegava: "Una pittura per farsi capire da tutti".
Bonini, ad un certo punto, sembra trovare una sua sigla specifica nelle "giacche", così come Morandi l'aveva scoperta nelle "bottiglie". Ma dietro questi oggetti, non c'è soltanto l'intento di riprodurre cose, le cosiddette "nature morte". Anche la sua pittura, è la ricerca di un significato nei simboli, di quello che Montale ha chiamato il "segreto" celato dietro "l'inganno consueto" delle nude immagini quotidiane.
Ai paesaggi, negli ultimi anni, aveva affiancato altre opere che denunciavano il degrado della nostra vita. La polemica contro la rumorosa civiltà contemporanea, l'ha espressa nella "Grande piramide" di moto ammucchiate, a metà strada fra una montagna dei rifiuti e l'idolo sacro a tanti giovani. In un freddo, lunare grattacielo con i cento ritratti di politici ("Tutti prigionieri nello stesso condominio"), c'è l'allegoria dei misteri e delle corruzioni italiane. Infine, nella bizzarra "Calata dei giustizieri", ha dipinto tanti strumenti per purificare gli intestini (o le coscienze?), dagli intrallazzi e dalle stupidità collettive del mondo contemporaneo.
Apprezzato e conosciuto in tutt'Italia, Bonini aveva un suo modo di raccontarsi, ironico e pungente, ma sempre sincero. A Rimini ha anche insegnato, lasciando nei suoi allievi un ricordo affettuoso. La città lo ha visto come un protagonista, sempre discreto, ma pronto anche alla provocazione intellettuale. Non gli piacquero le statue astratte, esposte per qualche anno in Piazza Cavour: lo aveva detto con una satira affissa ad una finestra del suo studio, che si affacciava sul retro del Palazzo dell'Arengo. Qualcuno se la legò al dito.
Quando il Comune, per volontà del sindaco Conti, nel 1985 rese omaggio ai suoi 50 anni di attività con una mostra antologica, ci fu chi, al suo sarcasmo dettato da ragioni estetiche e civili, rispose con un attacco ingeneroso, pieno di quel livore che la vita provinciale sa far lievitare lentamente, con ridicole gelosie infantili. "Non volevano la mostra", mi raccontò sorridendo, "perché dicono che si rende omaggio soltanto ai morti. Mi dispiace che non li ho potuti accontentare".
Antonio Montanari
["il Ponte" n. 31, 1991]

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